Il whistleblowing. La protezione degli autori di segnalazioni nel pubblico impiego.

Pistilli e Associati > Diritto amministrativo  > Il whistleblowing. La protezione degli autori di segnalazioni nel pubblico impiego.

Il whistleblowing. La protezione degli autori di segnalazioni nel pubblico impiego.

Whistleblower, che letteralmente significa soffiatore di fischietto, è un’espressione di matrice anglosassone che sta ad indicare la condotta di colui il quale, venuto a conoscenza del compimento di una condotta illecita, la denunci pubblicamente o la comunichi all’autorità competente per la sua repressione. Tale termine, più precisamente, ha una connotazione prettamente lavoristica, riferendosi all’attività di delazione posta in essere all’interno di un contesto lavorativo.
Questo vocabolo sta progressivamente acquisendo notorietà nel dibattito giuridico nazionale e ciò sia per l’interesse suscitato da alcuni episodi di whistleblowing giunti all’attenzione della cronaca, sia per le molteplici sollecitazioni con cui il legislatore comunitario ha incentivato l’emanazione di normative nazionali in materia.
Nell’ordinamento nazionale italiano la prima iniziativa normativa volta ad apprestare una protezione al dipendente pubblico segnalante è stata la legge n. 190 del 2012, rubricata “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione”; la legge 190 del 2012, infatti, ha introdotto nel Testo Unico sul Pubblico Impiego (D. Lgs. 165/2001) l’art. 54 bis, in forza del quale non poteva essere in alcun modo sanzionato o sottoposto a misura discriminatoria il dipendente pubblico che, fuori dai casi di responsabilità a titolo di calunnia o diffamazione, ovvero per lo stesso titolo ai sensi dell’art. 2043 cod. civ., avesse denunciato all’autorità giudiziaria, alla Corte dei conti o al proprio superiore gerarchico, condotte illecite di cui era a conoscenza in virtù del rapporto di lavoro.
Tale disciplina, tuttavia, era risultata sotto molteplici aspetti carente e inidonea alla protezione del delatore da eventuali ritorsioni datoriali.
Pertanto, con la legge 30 novembre del 2017 n. 179 è stata, da un lato, modificata la disciplina di protezione del denunciante/dipendente pubblico e, dall’altro, introdotta una disciplina specifica per le segnalazioni effettuate dal dipendente privato. Per quanto concerne la segnalazione effettuata dal dipendente pubblico, le principali novità introdotte dalla nuova disciplina sono le seguenti:
– Dal punto di vista oggettivo, si precisa che il legislatore ha introdotto una finalizzazione alla condotta del denunciane; in sostanza, la tutela apprestata dall’articolo 1 della l. 179/2017 è riconosciuta solo se la segnalazione viene effettuata “nell’interesse dell’integrità della pubblica amministrazione”.
Inoltre, rispetto alla formulazione precedente, è stato espunto il requisito della buona fede dell’autore della segnalazione. Tale requisito, tuttavia, è comunque contemplato nel Piano nazionale anticorruzione del 2016 ove l’A.N.A.C precisa che l’istituto “non deve essere utilizzato per esigenze individuali, ma finalizzato a promuovere l’etica e l’integrità della pubblica amministrazione”.
– Dal punto di vista soggettivo, occorre invece precisare che è stato esteso l’ambito di applicazione della disciplina. Mentre la precedente formulazione si riferiva unicamente al dipendente pubblico secondo la definizione dell’art. 1, c. 2, del d.lgs. 165/2001, la disciplina attuale si riferisce, altresì, ai dipendenti di enti pubblici economici o enti di diritto privato sottoposti al controllo pubblico ai sensi dell’art. 2359 c.c., nonché ai lavoratori e ai collaboratori delle imprese fornitrici di beni o servizi e pubblici o comunque di interesse pubblico. Soggetti, dunque, collegati alla pubblica amministrazione da un’affectio meno intensa.
Il dipendente pubblico che segnala illeciti, in definitiva, non potrà essere sanzionato, demansionato, licenziato, trasferito, o sottoposto ad altra misura organizzativa avente effetti negativi, diretti e indiretti, sulle condizioni di lavoro determinata dalla segnalazione. Apprezzabile, a tal proposito, l’inversione dell’onere della prova adoperato dal legislatore che impone al datore di dimostrare che le misure adottate abbiano ragioni diverse dalla denuncia.
Altre interessanti novità ineriscono, da un lato, alla protezione dell’identità del segnalante e, dall’altro, alla disciplina dei segreti.
Sotto il primo profilo l’identità del segnalante è tutelata differentemente in base al procedimento azionato:
– Nel procedimento penale è coperta dal segreto nei modi e nei limiti dell’articolo 329 c.p.p.
– Dinnanzi alla Corte dei Conti non può essere rivelata fino alla chiusura della fase istruttoria.
– Nel procedimento disciplinare, l’identità del segnalante non può essere rivelata, ove la contestazione dell’addebito disciplinare sia fondata su accertamenti distinti ed ulteriori rispetto alla segnalazione. Qualora, invece, la contestazione sia fondata, in tutto o in parte, sulla segnalazione, e la conoscenza dell’identità sia indispensabile per la difesa dell’incolpato, l’identità potrà essere rivelata solo con il consenso del segnalante.
Infine, sotto il secondo profilo, la legge precisa che l’interesse all’integrità delle amministrazioni, pubbliche e private, costituisce giusta causa di rivelazione di notizie coperte dall’obbligo di segreto di cui agli articoli 326, 622 e 623 del codice penale e all’art. 2105 del codice civile.
Una disciplina a lungo attesa che riconosce il ruolo ausiliario dei whistleblowers nel contrasto alla corruzione.